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Le buone pratiche esistono anche al Sud

lunedì 12 luglio 2010

Articolo di Stefano Galieni tratto da Liberazione del 6 luglio 2010

Nardò, Comune di circa 33.000 abitanti, sorge in una delle zone più belle del Salento. Terra di turismo ma anche di agricoltura: da qui ogni anno partono tonnellate di angurie dirette verso i mercati della Germania e della Francia. Il lavoro di raccolta è duro, si formano squadre di almeno 6 persone, che contrattano col proprietario terriero il prezzo della raccolta in base agli ettari, prima ci si sbriga e più si guadagna, si può arrivare a guadagnare anche 100 euro al giorno, ma alla sera ci si ritrova con la schiena distrutta. Allora una doccia, un posto confortevole in cui cucinare, mangiare e dormire, servizi igienici e tranquillità diventano fondamentali. «Negli anni passati – racconta l’assessore all’agricoltura Carlo Falangone, socialista rimasto tale, come ci tiene a dire – i lavoratori, immigrati ormai abituati a fare la stagione da noi, dormivano in ruderi abbandonati, senza servizi e finendo anche nella rete del caporalato, che sottraeva salario. Quest’anno stiamo provando a fare qualcosa di diverso». Usufruendo della legge regionale pugliese per l’emersione dal lavoro nero, a Nardò è stato possibile presentare un progetto per la ristrutturazione di una masserizia. L’immobile non permetteva di ospitare i circa 400 lavoratori che si aggregano con la stagione calda, per questo la masserizia è divenuta la struttura per offrire i servizi essenziali mentre intorno è stata allestita, con l’intervento della Provincia di Lecce, una tendopoli. «Per ora ospitiamo circa 200 lavoratori – racconta Gianluca Nigro – coordinatore del progetto- ma in tempi brevi dovrebbero raddoppiare. Nell’immobile c’è uno spazio sanitario, con un medico della Asl presente tutti i giorni feriali dalle 17 alle 20, bagni chimici, docce, sportelli di consulenza legale, di informazione per l’accesso ai servizi e di tutte quelle che sono le pratiche che possono riguardare la vita dei lavoratori». Si è insomma innescato un meccanismo positivo di intervento sperimentale che ha visto coinvolti numerosi soggetti: le istituzioni (Provincia, Comune, Prefettura, sindacati e organizzazioni datoriali) l’associazione “Finis Terrae” (del territorio), e i volontari delle Brigate di solidarietà (protagonisti mai abbastanza valorizzati dell’intervento di solidarietà all’Aquila nelle ore immediatamente successive al terremoto). Numerosi gli aspetti che aprono anche a prospettive future:«Non solo migliorano le condizioni di vita dei braccianti ma – ricorda Falangone – sentendo la presa di responsabilità delle istituzioni, i proprietari terrieri, si sono dimostrati più disponibili a ingaggiare i lavoratori». L’ingaggio è la messa in regola, è la garanzia di previdenza sociale e di assistenza sanitaria, è la possibilità di poter avere maggior potere contrattuale nel momento in cui si tratta per poter avere un giusto compenso, un conquista che lo scorso anno era ad appannaggio di poche decine di “fortunati” e che già si è quantitativamente almeno triplicata. E’ insomma un passo avanti nella dignità del lavoro, insufficiente ancora rispetto ai lacci e lacciuoli posti tanto dalla Bossi Fini quanto dalla mancata ratifica del governo della direttiva europea per l’emersione dal lavoro nero, ma va verso un progetto capace di coniugare dignità e accoglienza. Il progetto andrà avanti almeno fino al 31 di agosto, fino a quei giorni ci sarà bisogno di volontari delle Brigate di solidarietà, ma già si propone di proseguire. Il nucleo storico dei braccianti è composto da cittadini tunisini che da tanti anni vivono in Italia, negli anni si vanno aggiungendo molti provenienti dall’Africa Sub sahariana, richiedenti asilo e rifugiati che cercano di guadagnarsi da vivere dopo mesi di parcheggio nei centri di accoglienza e, è questo il fenomeno nuovo, numerosi lavoratori provenienti dalle fabbriche in crisi del nord. Persone che dopo aver perso il lavoro pagando per primi la crisi rischiano di ricadere in condizioni di irregolarità amministrativa e quindi di essere espulsi. Il campo di Nardò non è il paradiso, ma non somiglia per nulla ai tanti tuguri in cui sono costretti in migliaia in tutto il meridione, in aggregazioni le cui condizioni sono state definite dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati e da Medici Senza Frontiere, simili o peggiori di quelle che si riscontrano nei campi profughi in prossimità di luoghi di guerra. Molti di coloro che oggi sono a Nardò fanno parte di quella catena ormai stabile composta da migliaia di persone che attraversano il meridione di raccolta in raccolta, fra Puglia Basilicata, Calabria e Campania. A Nardò hanno i documenti, ma molti, negli altri luoghi di raccolta e di sfruttamento, ne sono sprovvisti, con costoro intervenire è più difficile ma va fatto. Infatti, soprattutto fra i ragazzi delle Brigate sta prendendo corpo l’idea di mettersi in correlazione con i tanti e le tante che lavorano, spesso in emergenza assoluta nei luoghi a più alta conflittualità : da Rosarno – sono proprio oggi passati sei mesi dall’innesco della rivolta che ha evidenziato una situazione insostenibile – a Castelvolturno, a Palazzo S. Gervasio, a S. Nicola Varco, ai paesini della “Capitanata”. L’ipotesi di lavoro è quella di andare ad intrecciare esigenze, esperienze, problematiche e competenze, il sogno ambizioso quello di dar corpo e vita autonoma ad una ipotesi di vertenzialità mutualistica comune che interrompa la catena dello sfruttamento neoschiavista e in cui sarà decisiva la capacità di auto organizzazione dei lavoratori. Ci vorrà tempo, impegno e capacità di costruire lavoro di coalizione fra movimenti che spesso hanno agito solo nel proprio ambito locale, è un lavoro non solo possibile ma necessario.

Sugli eritrei detenuti in Libia non deve calare il silenzio

giovedì 8 luglio 2010

E il Governo italiano non può sottrarsi alle proprie responsabilità

L'accordo “di liberazione e residenza in cambio di lavoro” negoziato dal governo italiano in queste ultime ore è inaccettabile e ha il sapore della beffa. I cittadini eritrei detenuti ingiustamente e in condizioni disumane nel carcere libico di Brak non chiedono, infatti, un'occupazione in Libia ma di veder riconosciuto lo status di rifugiati al quale hanno diritto e di essere accolti in un Paese democratico.

Il Movimento Primo Marzo
chiede
alla diplomazia internazionale di attivarsi affinché: - venga riconosciuto lo status di rifugiato alle 250 persone deportate nel carcere di Brak e sia trovata per loro una sistemazione degna e sicura in Paesi che abbiano sottoscritto la Convenzione di Ginevra; - sia rispettato l'anonimato di queste persone, così da non mettere a repentaglio la vita dei loro parenti e amici rimasti in Eritrea; - cessino immediatamente i respingimenti in mare da parte dell'Italia e il governo italiano risponda del proprio operato al riguardo, avendo agito in totale violazione dei fondamentali diritti umani e delle norme comunitarie in materia di protezione internazionale;
ricorda
:
che l'Eritrea è sottoposta una delle più brutali e oppressive dittature contemporanee e che lasciare il Paese rappresenta per molti eritrei l'unica possibilità di salvezza;
che almeno 11 tra le 250 persone deportate a Brak sono state respinte in mare lo scorso 1° luglio da una nave italiana senza che nessun accertamento venisse fatto sulla loro condizione o fosse presa in considerazione la loro richiesta di asilo politico;
esorta
i comitati locali a mobilitarsi per promuovere iniziative di solidarietà e sensibilizzazione e sostenere quelle che si stanno svolgendo in tutta Italia, e invita le associazioni e le singole persone impegnate nella difesa dei diritti umani e nella costruzione della giustizia sociale a fare altrettanto.

Domani, venerdì 9 luglio, ci saranno presidi davanti alle prefetture in diverse città italiane. Queste iniziative coincidono con la Giornata del Silenzio indetta dalla stampa italiana e dalla società civile per protestare contro la legge bavaglio.
Primo Marzo si unisce alla protesta e rileva che oggi più che mai è indispensabile in Italia una stampa libera dalle censure ma, anche, dal conformismo e dall'opportunismo, dalla superficialità e dall'indifferenza. Da questi vizi nasce infatti l'assordante silenzio che, con poche eccezioni, ha finora accompagnato le vicende eritree sui media italiani.

L'unica cosa giusta

mercoledì 7 luglio 2010

Il governo italiano dice che si sta operando per identificare i cittadini eritrei detenuti nel campo di Braq. Il ministro dell'Interno Roberto Maroni e quello degli Esteri Franco Frattini hanno scritto ieri sul Foglio che stanno facendo di tutto per identificare i rifugiati eritrei i quali, timorosi di farsi identificare, rendono impossibile la definizione del loro status. Noi diciamo a Maroni e Frattini : abbiamo quei nomi. Abbiamo la lista di tutti e 205 i ragazzi spediti in fondo al Sahara, inclusi gli 11 che il 1° luglio del 2009 sono stati respinti in mare da una nave militare italiana e condannati così all'inferno in cui oggi si trovano.
Abbiamo i nomi di tutti loro, uno per uno, ma non li pubblichiamo, perché metteremmo a rischio la loro incolumità. E' proprio per non farsi identificare dal governo eritreo, che sicuramente si rivarrebbe sulle loro famiglie, che i ragazzi di Misratah si sono rifiutati di firmare i moduli in tigrino e sono stati portati come bestie nel lager di Braq.
Se il governo ritiene che senza i nomi non si può definire il loro status, noi siamo pronti a dargli la lista. Ma lo status di quei ragazzi è chiaro: sono eritrei in fuga da una dittatura brutale. Sono richiedenti asilo, che in Italia e in Europa otterrebbero automaticamente la protezione internazionale. Noi siamo pronti a dare la lista al governo, se ce la chiederà. E dovrebbe chiedercela se è vero che si sta sforzando di identificare i ragazzi. Ma il governo da parte sua non può girarsi dall'altra parte. Non li può lasciare in Libia. Perché la Libia non ha firmato la convenzione di Ginevra e non riconosce il diritto d'asilo. E perché se gli eritrei oggi sono a Braq è anche responsabilità dell'Italia, che li ha resppinti in mare senza averli prima identificati e aver capito se sono richiedenti asilo.
Noi siamo pronti a dare i nomi al governo. Ma il governo deve essere pronto a fare l'unica cosa giusta da fare ora: andre a prendere i 205 ragazzi eritrei in fondo all'inferno e portarli in Italia.

di Stefano Liberti (pubblicato oggi dal Manifesto)

Un Paese civile non commette crimini contro l'umanità

sabato 3 luglio 2010

Un appello disperato è arrivato dalla Libia. Quello di 245 profughi eritrei detenuti nel carcere di Misurata che avevano rifiutato di fornire le proprie generalità per timore di essere rimpatriati con la forza ad Asmara. Il loro rifiuto ha scatenato la violenza della polizia libica: sono stati deportati con container in un altro carcere, nel bel mezzo del Sahara. Il rischio di una deportazione di massa è altissimo.
Tra loro ci sono anche una parte degli eritrei respinti dalla marina militare italiana nell’estate 2009. Se fossero arrivati in Italia, probabilmente, avrebbero avuto la protezione umanitaria.
Tutto ciò deve essere fermato, l’Italia deve interrompere i respingimenti in mare. Per questo motivo “Primo marzo – Una giornata senza di noi” raccoglie l’appello di Fortress Europe e Come un uomo sulla terra.
Invitiamo tutti i simpatizzanti e sostenitori di Primo marzo a scrivere immediatamente al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per chiedergli di fermare le violenze e le deportazioni in Libia. Per farlo, cliccate qui e mettete come oggetto: L'Italia deve fermare le violenze e le deportazioni in Libia.

Di nuovo tutti in giallo, a Milano, questo sabato pomeriggio

sabato 5 giugno 2010

Sabato 5 giugno a Milano
In piazza contro la “sanatoria truffa”

Per il prolungamento della durata del permesso di soggiorno per chi ha perso il lavoro.
Per la concessione del permesso di soggiorno a coloro che hanno fatto domanda di emersione nella sanatoria 2009, a prescindere dal fatto che abbiano ricevuto o meno precedenti fogli di via per essere stati fermati e trovati senza permesso di soggiorno.
Per la concessione del permesso di soggiorno a chi è costretto a lavorare in nero.
Per l’abolizione del reato di clandestinità.

Con queste richieste il Primo Marzo, insieme e in sostegno al Comitato nazionale Immigrati, organizza una manifestazione di protesta contro la “sanatoria truffa”: in nessun altro modo infatti può essere definita una sanatoria che, in corso d’opera e a sorpresa, cambia le regole ed esclude una gran parte dei richiedenti e, precisamente, i lavoratori immigrati a cui è stato comminato più di un foglio di via.

Tutto questo ha il sapore di una storia di legalità punita .

L’appuntamento è per sabato 5 giugno a Milano. Ritrovo in piazza Cordusio alle ore 15.

Oltre che a Milano, il Primo Marzo manifesterà a Trieste, a Massa Carrara e nelle altre città italiane nelle quali si sono verificati i casi di rigetto della domanda di permesso di soggiorno.

Con l’ultima “sanatoria per colf e badanti” del 2009, infatti, poteva uscire dall’illegalità chi, senza permesso di soggiorno, lavorava nelle nostre case o assisteva i nostri anziani, discriminando e lasciando costretti allo sfruttamento e alla clandestinità i dipendenti dell’industria, dell’agricoltura e di ogni altro settore.
Di fronte all'apertura di un percorso di legalità, centinaia di migliaia di lavoratori stranieri e datori di lavoro italiani sono “emersi”, riempiendo moduli e dichiarazioni con le proprie generalità e pagando quanto dovuto (nelle casse dello Stato sono entrati 154 milioni di euro).
Nel marzo del 2010, però, è stata diramata una “circolare interpretativa” del Capo della Polizia: è vero, vi si è sostenuto, che la sanatoria regolarizza i clandestini, purché però gli interessati non siano “troppo” clandestini; via libera, quindi, alla regolarizzazione di coloro che hanno ricevuto un solo foglio di via; niente da fare invece per coloro che di decreti di espulsione ne hanno ricevuto più di uno.
Anche se sono emersi, anche se quanto dovuto è stato pagato, anche se hanno un lavoro, una casa, una identità: la disobbedienza all'ordine di espulsione ripetuta più volte (considerata reato penale dalla legge Bossi-Fini) equivarrebbe, come gravità, a reati che la legge prevede come ostativi alla regolarizzazione quali, ad esempio, l’espulsione per gravi ragioni di ordine pubblico e sicurezza, truffa, fabbricazione di esplosivi, furto aggravato, lesione personale etc.
Chi è rimasto a vivere nel nostro Paese senza un documento di soggiorno viene oggi messo sullo stesso piano di consumati criminali.
Lo scopo della norma era proprio quella di regolarizzare chi era rimasto senza documenti di soggiorno. Oggi, dunque, lo Stato smentisce se stesso: prima invita le persone ad autodenunciarsi e a versare tasse, con la promessa di legalità, poi cambia in corsa le regole e le espelle.

Noi - Loro = 0 Noi + Loro = Noi

sabato 22 maggio 2010

RECUPERIAMO IL SENSO DELLA STORIA E SMETTIAMO DI AVERE IL VUOTO DI MEMORIA

Come furono possibili il fascismo e il nazismo? Come iniziarono, quali furono i passaggi, e come fu possibile per la maggioranza delle persone seguire un percorso che a settanta/ottant’anni di distanza sembra totalmente assurdo?
Queste domande ci impegnano fare una seria riflessione su la storia che si ripete e soprattutto a cercare di recuperare il senso della storia.
Il senso della storia si recupera quando smettiamo di avere il vuoto di memoria.
La stessa risposta darebbero i vecchi partigiani.
Il fascismo fu possibile per piccoli passi di degrado che a poco a poco andarono a sostituire un senso comune e costruirono un quadro complessivo di “normalità” in cui furono gradatamente considerati leciti, corretti, tollerabili e, anzi, giustificati, il razzismo, la persecuzione, lo sterminio. Tutto questo fu possibile sotto gli occhi di tutti, quegli occhi che, come diceva Bertolt Brecht, si sono ripetutamente voltati, perché “tanto quello che accade non riguarda me”. Alla fine vennero a prendere non solo gli handicappati (non ci riguarda…), gli ebrei (non ci riguarda…), gli omosessuali (non ci riguarda…), i comunisti (non ci riguarda…), ma tutti quanti. Vennero a prendere la libertà di tutti e tutti si trovarono a vivere nell’orrore, in una società degradata fino a poterne avere vergogna per numerose generazioni a seguire.
Ebbene, che cosa stiamo vivendo ora? Non stiamo per caso, ancora una volta chiudendo gli occhi (tanto non mi riguarda…) di fronte alla tragedia quotidiana? Non stiamo per caso voltando la testa dall’altra parte? Non stiamo per caso raccontandoci una realtà di comodo che nasconde le contraddizioni intollerabili del nostro tempo? Chi sono i migranti, gli stranieri, se non la “categoria” che più sta impattando nell’inizio della degradazione della società in cui viviamo?
Moni Ovadia anni fa metteva in guardia dall’adozione di un atteggiamento superficiale verso le parole. Le parole non sono neutre. Se io sostituisco alla parola straniero o migrante la parola clandestino e se alla parola clandestino insistentemente attribuisco un significato negativo, quello di criminale, a poco a poco alimento il pre-giudizio. Se mi acquieto in visioni deliranti, volutamente strumentali, che vogliono gli italiani “brava gente” e che cercano il virus, l’agente inquinante (il capro espiatorio) in qualcuno o qualcosa al di fuori di “noi”, finisco col trovare un “altro”, un tempo l’ebreo, ora lo straniero (ma quello povero, si intende) a cui addossare colpe e nefandezze. Tutti ne avremo paura, con il conforto di un senso comune sempre più razzista. Se accetto il termine respingimento come azione legale, perfettamente lecita, di pulizia, salvaguardia, “legittima difesa”, dimenticando che la nostra Costituzione e la Carta dei Diritti dell’Umanità prevedono che si debba accogliere chi proviene da altri Paesi e verificare il suo stato di bisogno per accertare in primo luogo, se possa /debba offrirgli asilo, io muovo un passo verso una società razzista. Se io accetto che il mio Parlamento emani leggi razziste (e le ultime lo sono) e poi rifuggo alla responsabilità di ammetterlo, sono complice di una tragedia la cui portata potrebbero correre il rischio di misurare soltanto i nostri nipoti. Dobbiamo smettere con l’ipocrisia e ammettere che la maggioranza degli italiani permette che l’Italia abbia leggi razziali. E' vero che queste leggi toccano gli altri (loro) e di conseguenza la maggioranza degli italiani si gira dall'altra parte.
Non ci si rende conto, ad esempio, che la storia insegna che quegli altri (Loro)
contribuirono alla Resistenza e di conseguenza alla Liberazione, che festeggiamo ogni anno. Tanti soldati di paesi extracomunitari morirono in Italia, sotto il comando dei colonizzatori, per la libertà di Italia. Le cose che succedono in Italia in questi tempi rendono vano questo immenso sacrificio umano. A tal punto che ci si chiede: quali sono i valori (non monetari) per cui si vive in Italia?
Ottant’anni fa non furono i nazisti soltanto a precipitarci nell’orrore. Siamo gli stessi italiani di allora o avremo la capacità di aprire gli occhi su quello che sta accadendo? Dovremo rispondere alle generazioni future di come fosse possibile che i lager funzionassero oltre i confini dei campi arati o sapremo ammettere che i Centri di raccolta dei “clandestini” (ovvero quelli che diventano criminali per decreto dello Stato) sono (anche quello a pochi chilometri da noi, a Bologna), buchi neri in cui nessuno può entrare (nemmeno Amnesty International) e dove si calpestano quotidianamente i diritti più elementari? La Storia è ad un’ennesima svolta cruciale. Siamo tutti a bordo e tutti dobbiamo decidere la rotta. Nessuno si tiri fuori, specie chi ha il privilegio di rappresentarci nelle Istituzioni (locali e centrali).
Teniamo gli occhi ben aperti su quello che accade.
Perché ci riguarda.

(Marina e Wale, Comitato Primo Marzo Imola, 5 maggio 2010)

Etica minima

venerdì 7 maggio 2010

Un'altra iniziativa messa in atto dal Comitato Primo Marzo di Trieste contro la sanatoria truffa: stata preso un accordo con il quotidiano "Il piccolo" per publicare quattro articoli scritti da intellettuali locali (tra quelli che hanno firmato l'appello) a lo scopo di sensibilizzare la città sull'argomento.

ETICA MINIMA. SOGGETTO SENEGALESE (E COMUNQUE AFRICANO)

di Pier Aldo Rovatti

Il lavoro e l’immigrazione sono le due questioni in grado di far saltare il tavolo della società italiana. Quando poi si intrecciano, come accade ogni giorno e a ogni latitudine del nostro Paese, la miscela risulta esplosiva, pensiamo solo ai fatti di Rosarno.
È una miscela diabolica poiché vi si riversano tutti i veleni della cosiddetta anomalia italiana: la corruzione che inquina e talora raddoppia le istituzioni, il cinismo pubblico e privato, il razzismo spesso esplicito nella sua violenza, la furbizia dei potenti e di tutti i loro imitatori, un’idea perversa di italianità usata come bandiera ma che poi si riduce nei fatti a un desolante egoismo individuale.
Trieste è una città bellissima che non cambierei con nessun’altra, ma Trieste - a volte e non per caso - è anche il laboratorio dove alcuni aspetti della miscela che ho detto fanno le loro prove, attribuendo talora a questa città un ruolo poco invidiabile di avamposto. Mi riferisco alla cronaca di ciò che sta accadendo in fatto di ”emersione” del lavoro sommerso dei soggetti che chiamiamo ”badanti” o ”colf”.
Soggetti a cui la "sanatoria" ministeriale del settembre scorso dava appunto la possibilità di emergere regolarizzando la loro condizione di illegalità. Quello che è successo, e che sta succedendo da allora, ha assunto contorni inquietanti, una specie di beffardo imbroglio che si è trasformato in un subdolo meccanismo di espulsione per molti lavoratori immigrati che hanno creduto nella sanatoria e vi si sono affidati, in tal modo autodenunciandosi all'ufficio stranieri della questura.
Il Piccolo ha avuto il merito di fornire ai suoi lettori adeguate informazioni su tale beffa che testimonia clamorosamente il degrado dell'etica pubblica oggi in Italia: dagli articoli di denuncia di Paolo Rumiz (figlio di emigrante, come si firma, e parte in causa come datore di lavoro di un irregolare), all'appello di molte personalità del mondo culturale, alla nascita del movimento cittadino "primo marzo", al racconto dettagliato di alcuni tra i casi che si stanno verificando in questo periodo con il loro corredo di sottili violenze e patenti illegalità. Punte di un iceberg perché ce ne sarebbero tante altre di
storie da raccontare e denunciare, calvari personali allucinanti che si moltiplicano quasi ogni giorno.
Mi limito solo a ricordare che la sanatoria ministeriale, con l'intento apparentemente assai virtuoso di favorire l'emersione e la regolarizzazione, assicurava che «nelle more della definizione del procedimento lo straniero non può essere espulso», a meno che non si fosse macchiato di delitti pesanti (quelli che prevedono per la loro gravità una pena detentiva non inferiore ai cinque anni). Questa assicurazione è risultata illusoria nel momento in cui si è trattato di esaminare le domande di regolarizzazione (calcolate in 300mila sul territorio nazionale), ed è successo che lavoratori in buona fede, provvisti di contratto di lavoro, dopo aver pagato una cifra non così piccola (500 euro di multa più tutti i contributi previdenziali nel frattempo maturati), si sono visti equiparare a delinquenti comuni, respingere le loro domande, annullare ogni garanzia di diritto, avviare all'espulsione ed essere di fatto espulsi dal nostro paese. A loro carico, il semplice fatto di non avere ottemperato a un pregresso provvedimento di espulsione.
Ho parlato di un fenomeno vistoso e grave, di degrado dell'etica pubblica. Molti elementi concorrono a disegnarne il profilo: in primo luogo, la non certezza del diritto, un diritto prima affermato nel testo di legge e poi disatteso nelle pratiche locali, corretto in modo discutibile da una tardiva circolare, anzi alternativamente sostenuto e negato nelle
indicazioni ufficiali. Come se l'istituzione fosse un corpo molle che una volta dice e una volta disdice, affidandosi a una pluralità di canali e creando una sorta di cortina nebbiosa che permette ampi margini di manovra repressiva. Non sempre la scorrettezza delle procedure (per esempio, il modo improprio di comunicare l'eventuale respingimento della domanda di regolarizzazione, procedendo senza garanzie all'espulsione) ha permesso ai giudici di pace e alla magistratura di interporre effettivamente la tutela del diritto (e là dove ciò ha potuto accadere le sentenze sono state in genere favorevoli al lavoratore).
Questa "incertezza" del diritto, che ha tutta l'aria di essere stata costruita ad arte, come una forma duttile di repressione, va a braccetto con una diffusa cultura della "discriminazione" che ha dato il cambio all'apparente benevolenza della sanatoria del 2009, e che ora si palesa apertamente nelle varie note di servizio in una delle quali si può leggere, come identificazione del lavoratore lì in questione: «Senegalese (e comunque africano)».
D'altronde, la cultura della discriminazione in cui noi, oggi, siamo sommersi e dalla quale non riusciamo a emergere, era sotto gli occhi fin dalla stessa sanatoria governativa che isolava da tutti gli altri un gruppo di lavoratori stranieri da regolarizzare (le o i "badanti", appunto) con la motivazione dell'utilità sociale delle loro prestazioni. Sociale, ma anche personale - veniva da pensare -, considerando la presenza di queste figure assistenziali, certo nelle case di moltissimi italiani, ma presumibilmente anche nelle stesse di chi si preoccupava di varare il provvedimento.